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Prendono piacere i porci più del fango che dell'acqua limpida (Eraclito, fr. 13 DK)


Diario


3 febbraio 2007

Basta ultras, basta violenza!

Il poliziotto Filippo Raciti, morto ieri a Catania, è solo l’ultima vittima del calcio, che ne miete regolarmente, da trent’anni a questa parte. Tifosi, passanti, dirigenti, poliziotti e carabinieri: nessuno sfugge alla regola degli stadi: la violenza. E ogni volta, dovunque succeda la tragedia, si ripete la stessa identica storiella retorica: è una vergogna, non si può morire per il pallone, la violenza è la negazione dello sport e tante belle, inutili parole. Solo parole. Questo è ciò che differenzia questo nostro assurdo Paese dall’Inghilterra, dove il calcio – che è anche lì una religione, come in Italia – è tornato a essere un gioco, non un’occasione di morte. Qui parliamo, troppo e a sproposito, lì hanno messo in atto. Ricordate gli hooligans? Che fine hanno fatto? Ormai non vanno più allo stadio, sono cimeli di un passato che gli inglesi hanno saputo lasciarsi alle spalle. Oggi, negli stadi inglesi, non ci sono più le barricate che dividono i tifosi tra loro e questi dai giocatori. Non c’è un muro tra il campo e gli spalti, non c’è un muro tra tifosi di una squadra e quelli di un’altra. Va da sé che, come gli zombie, anche gli hooligans ogni tanto ritornano: in Inghilterra, in Olanda, in Scozia. Però ormai sono un fenomeno marginale, limitato a bande di tifosi ubriachi, isolate e senza alcun rapporto con le società di calcio. Diverso è il destino degli italici ultras, che già negli anni Sessanta si organizzarono in strutture associative legate – più o meno pubblicamente, più o meno lecitamente – alle società sportive. Noi abbiamo, caso forse unico in Europa, il tifoso di professione. Un individuo generalmente poco scolarizzato che, pur non avendo un reddito proprio, passa la vita al seguito della squadra del cuore: in casa, in trasferta, in Italia, in Europa, nel mondo. Ovunque vada la sua squadra, lui c’è. Vi siete mai chiesti chi lo mantenga? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, va cercata nei libri paga delle società. È così da trent’anni circa. La Fossa dei Leoni si formò nel 1968, gli Ultras del Torino l’anno successivo, e via dicendo. I modelli dei gruppi ultras erano principalmente due: gli hooligans anglosassoni e i gruppi politici paramilitari. Quando si parla di commistione tra politica e tifo calcistico si ignora che è un fenomeno presente già all’origine. Alcune tifoserie, poi, sono dichiaramene faziose: i tifosi del Livorno sono apertamente comunisti, laddove quelli laziali sono fascisti. Dunque, quando le squadre si incontrano, gli ultras hanno già un motivo valido per darsele, indipendentemente dall’esito della partita.

Naturalmente la politica è solo uno dei pretesti scelti dagli ultras per innescare la violenza. Il campanilismo è un altro: nessuna partita è più «a rischio» dei derby: Brescia-Atalanta è notoriamente un evento di guerra, lo stesso per Roma-Lazio, Palermo-Catania, Milan-Inter e alcune partite provinciali tra squadre di cui si ignora l’esistenza. Ma pur sempre di pretesti si tratta. È come per i teppisti della politica: se non è il G8, allora è la globalizzazione, se no la guerra, altrimenti i CPT, o le basi NATO. Ogni scusa è buona e ci sarà sempre una scusa.

 

La colpa della diffusione a macchia d’olio del fenomeno ultras non è solo della politica, ma principalmente delle società di calcio, che hanno permesso a questi gruppi di facinorosi di diventare i padroni della curva, di cui gestiscono spesso la vendita dei biglietti e tutto quello che vi è connesso. Avete notato che ormai i gruppi ultras hanno siti Internet, sedi ufficiali, promuovono iniziative cui partecipano giocatori e dirigenti, divulgano comunicati stampa e hanno dato vita a un florido business legato ai gadget?

Tutto è in accordo con le società, anche se si tratta di accordi taciti, negati pubblicamente e dai confini non chiari. Presso i campi di allenamento (Milanello, Pinetina, Vinovo etc.) non c’è niente di più facile che vedere all’esterno, controllati dalla sicurezza, molti tifosi per bene, gente comune con figli al seguito, che fanno ore di coda per aspettare un autografo e, all’interno, piccoli gruppi di ultras che parlano con i giocatori, lo staff, i dirigenti.

Finché le società, dalla più piccola e periferica alla più blasonata, non decideranno che il fenomeno ultras deve cessare, per tornare a un calcio davvero divertente, che rappresenti un evento felice per le famiglie, i ragazzini, e tutti coloro che non hanno voglia di respirare l’odore acre del lacrimogeno, il problema permarrà. Ci sono due sole vie per risolverlo: o lasciare che le società affrontino sua sponte il problema, oppure imporre loro di affrontarlo. È ormai improcrastinabile la resa dei conti: la politica non può continuare ad attendere, sperando che le cose cambino da sole, per miracolo, perché non cambieranno.

Non dobbiamo dimenticare che gli hooligans non si sono mai costituiti in gruppi organizzati, ma hanno sempre fatto dell’incontro spontaneo e casuale la loro peculiarità. Generalmente ogni crew ha un leader e non altro, mentre, come si è detto, le curve hanno una vera e propria organizzazione gerarchica.

 

Sperare che le tifoserie organizzate si autoregolamentino, poi, è come illudersi che gli stilisti davvero risolveranno il problema dell’anoressia tra le modelle! Già nel 1995, dopo la barbara uccisione di un tifoso del Genoa, le tifoserie si radunarono e redassero un documento conclusivo, Basta lame, basta infami, che non ha avuto seguito, se non la giornata successiva. È tutto inutile, perché gli ultras continueranno a ripetere che chi compie atti illegali e violenti non è un vero ultras ma un facinoroso che vuole solo gettare fango sul tifo organizzato e bla bla bla. Quante volte l’abbiamo sentita?

E davvero pensiamo che gruppi che hanno l’odio come collante possano fermarsi a riflettere per la sospensione di un turno del campionato di calcio? Davvero siamo così illusi da pensare che la paura del blocco del campionato possa tenere a freno gruppi che allo stadio ci vanno solo per fare violenza? Dai, è ridicolo! Fermare il campionato di un turno è un segnale di resa: lo Stato non può nulla per arginare la violenza negli stadi, dunque preferisce chiudere gli stadi. Così l’opinione pubblica dice, per l’ennesima volta, «finalmente! era ora!» e plaude alla «scelta coraggiosa». Almeno fino al prossimo cadavere. E questa volta sono due in una settimana: prima il dirigente della squadra dilettantistica vicino Cosenza, ora il poliziotto di Catania. Oggi, a Livorno, alcuni muri sono stati ricoperti con scritte contro il poliziotto morto. La sua colpa? Essere un uomo dello Stato, dunque un bersaglio. Chi scrive è stato allo stadio a vedere partite della Juve, del Milan, dell’Inter e della Roma, perché gli piace il calcio e lo diverte, se ne ha modo, anche vedere partite di altre squadre. Non c’è volta in cui non abbia sentito un coro contro polizia e carabinieri. L’anno scorso, finale di Coppa Italia, Inter-Roma, sia nel primo che nel secondo tempo i tifosi interisti prima, quelli romanisti poi, hanno cantato cori contro le forze dell’ordine. Ecco cosa unisce le tifoserie: l’odio. Se non è la polizia, sono i carabinieri, se non sono i carabinieri, è Moggi, se non è Moggi, è Sky (ricordate lo slogan «questo calcio fa SKYfo?»), se non è Sky è il D.A.SPO (la «diffida»), e se non è niente di tutto ciò… è il «calcio moderno»! «No al calcio moderno» è uno slogan che ci perseguita da anni.

 

Alcuni lamentano il fatto che, con l’eventuale fine del tifo organizzato, verrebbero meno anche le coreografie degli stadi italiani, davvero uniche in Europa. Gli hooligans, infatti, non realizzano coreografie: è una prerogativa degli ultras e di quelli italiani in particolare. Questo è vero: solo un tifo organizzato può allestire una coreografia imponente, perché c’è bisogno di una divisione dei compiti perché il lavoro venga portato a termine. Il calcio senza coreografie perderebbe interesse? Probabilmente no, perché è il campo l’attrattiva, non gli spalti. Inoltre non è affatto vero che un pubblico non organizzato in tifoseria non possa supportare la propria squadra in modo adeguato. Si pensi alla finale di Champions League Liverpool-Milan. Alla fine del primo tempo, con il Milan in vantaggio per 3-0, i tifosi inglesi hanno cantato, con le sciarpe tese e senza un fischio, You’ll never walk alone, l’inno della squadra. È stata una delle immagini più emozionanti viste in uno stadio negli ultimi anni. Inoltre, sappiamo tutti come è finita la partita!

Se si considera che, accanto a coreografie molto belle, gli ultras organizzano anche cori infamanti, spesso razzisti (Zoro è fischiato dalla curva dell’Inter, non dagli altri tifosi), lancio di petardi, bombe carta, bottigliette e monetine, forse potremmo davvero pensare che stati meno coreografici ma più sicuri e divertenti siano davvero la cosa migliore.

 




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25 dicembre 2006

Welby, la libertà, il Natale

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è si cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

 

Dante Alighieri, Purgatorio, vv. 70-72

 

 

Piergiorgio Welby, come sapete, è morto. Un medico ha esaudito la sua volontà: morire in modo dignitoso, evitando la terribile fine per soffocamento che alcuni gli prospettavano come unica via di fuga al dolore. Dovremmo essere tristi per Welby, ma non lo siamo. Lo eravamo, questo sì, quando Welby implorava, davanti alla telecamera, esponendo il proprio corpo deturpato dalla malattia, chiedendo la morte, invano. Eravamo tristi perché sapevamo che in questo Paese Welby avrebbe fatto pena, non problema. E invece Piero Welby voleva costituire un problema, voleva innescare, con la strumentalizzazione di se stesso e del proprio corpo malato, una reazione a catena che portasse a dei chiarimenti normativi necessari. Ma niente. Welby faceva pena, niente di più. Pover’uomo. E così qualcuno ha proposto di aiutarlo a morire non perché fosse giusto, come Welby credeva, ma perché faceva pena, come il cane di famiglia gravemente malato che i padroni, tra le lacrime, portano dal veterinario per l’ultima volta. Povera bestia.

Tutti hanno parlato di Welby, dicendo la loro, come se fosse importante. Davanti a un uomo che chiede lucidamente e consapevolmente la morte, tutti si sono limitati a buttare lì un’opinione. Secondo me è giusto, secondo me no. Francamente: e chissenefrega? Se ci chiedete perché è stato giusto, anzi doveroso, aiutare Welby a morire, noi sappiamo dare solo una risposta: perché l’ha chiesto Piergiorgio Welby. Anzi, il «Dott. Welby», come lo chiama quella Chiesa che gli ha negato il funerale perché non è un suicida, ma era un uomo lucido e appassionato. E lo ha chiesto a lungo, costantemente, non nello sconforto di un momento di depressione.

Vedete, gentili lettori, il problema non è l’eutanasia, come non lo erano – a loro tempo – l’aborto e il divorzio. Sono tutti epifenomeni di un problema di ordine maggiore: la libertà. Questo è il problema che ha sollevato Welby, non l’eutanasia in quanto tale. Welby era meno banale dei suoi critici e di molti suoi apologeti. Il problema è questo: un individuo può disporre liberamente della propria vita? può decidere persino di togliersela, senza che nessuno glielo possa vietare asserendo che è ingiusto, immorale e/o illegale?

Ancora una volta, se non si fosse capito, lo scontro non è tra laici e cattolici, ma tra chi ha una concezione etica dello Stato, per cui spetta al Parlamento decidere cosa è bene e cosa male, imponendo a tutta la collettività una dottrina comprensiva particolare (quella e non le altre), e chi sostiene che lo Stato non abbia voce in capitolo nelle decisioni che l’individuo prende verso se stesso senza danneggiare altri. Lo scontro, ancora una volta, è tra chi pretende di spiegare al prossimo cosa pensa e cosa vuole, cosa è giusto pensare e cosa volere, e chi invece ritiene che si debba lottare perché gli altri possano pensare e volere ciò che non condividiamo e che troviamo assurdo.

Francesco D’Agostino si domanda, sulle colonne di Avvenire, cosa volesse veramente Welby: «cosa vuole lui, proprio lui, Welby (e non l’associazione che egli presiede o la parte politica che lo annovera tra i suoi membri)? Vuole l’eutanasia? Vuole rinunciare alle terapie di sostegno vitale cui è sottoposto? [...] Il problema è che tutto ciò che egli vuole (o può volere) diventa, nel gioco mediatico che ci assedia da tutte le parti, costitutivamente sfuggente, ambiguo, polisenso e si presta ad essere sforzato e deformato in mille modi». Ah sì? Non che questo sia negabile, anzi, ma D’Agostino o è ingenuo o è intellettualmente disonesto. Perché il messaggio di Welby è stato di una chiarezza estrema: voglio morire, ha dichiarato sin dall’inizio, ma non voglio morire soffocato, cosa che inevitabilmente succederebbe se ci limitassimo a staccare la ventilazione, dunque voglio anche un’iniezione che mi impedisca di percepire la morte che si sta impossessando del mio corpo. Questo ha detto Welby, da subito, senza mai deflettere da questa idea. Ascoltatelo, Welby, cazzo! «Morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita... è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche [...] Che cosa c’è di naturale in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in un tubo che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in un pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte artificialmente rimandata? Il mio sogno [...], la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziare è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia».

Che cosa c’è da capire? cosa non è chiaro? dov’è l’ambiguità nella richiesta di Welby?

 

Siamo seri. Guardiamoci in faccia e siamo seri, per dio! Welby ha chiesto apertis verbis, senza remore, con una schiettezza agghiacciante, di poter morire, di ricevere – come accade ai cittadini svizzeri, belgi e olandesi – l’eutanasia. E questo ha ottenuto. Anche se l’eutanasia è illegale. Ma poi, lo si può davvero affermare, nel caso di Welby? Egli, infatti, non è stato ucciso da un cocktail di farmaci, che gli è servito solo per non sentire dolore, ma dalla malattia che, del tutto naturalmente, staccata la macchina, ha fatto il suo corso. Staccare la macchina, dunque, è eutanasia? Se rispondiamo di sì, dobbiamo necessariamente concludere che un paziente non può rifiutare le cure che riceve, se queste lo tengono in vita. E si tratta di un pensiero terribile, perché significa che lo Stato può disporre liberamente del corpo dei cittadini, sottoponendoli a terapie che essi rifiutano in nome di un bene che essi possono non condividere. Se volete uno Stato del genere, ditelo chiaramente: noi emigreremo.

 

E allora, che fare? Cosa rispondere a Welby? Luca Volontè, ad esempio, con la raffinatezza morale e giuridica che tutti gli riconosciamo, ha suggerito a Welby, che non può muovere nemmeno un dito, di suicidarsi. «Che si suicidi!». Che meraviglia, il pensiero dei ciellini! Che carità cristiana, che agape, che medesimezza umana! Ma sì, diciamolo a quell’ex paralitico rompicoglioni: o ti sai suicidare o muori soffocato, ingrato, perché Dio ti ha donato la vita e ora ti vuole vedere rantolare. Peccato che Volontè ignori il Catechismo della Chiesa Cattolica, che recita, all’art. 2278 (voce eutanasia):

 

L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

 

Non è forse in perfetto accordo con la richiesta di Welby di staccare la macchina? Sì, certo, potrebbe dire qualcuno, ma Welby ha voluto anche la sedazione. Bene, art.2279:

 

Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

 

Welby è stato chiaro: non voleva affatto morire, semplicemente non se la sentiva più di rimandare la morte imminente grazie a una macchina. Dov’è il disaccordo?

 

Noi, sinceramente, fatichiamo a scorgerlo. Eppure deve esserci, perché la Chiesa ha rifiutato di celebrare il funerale di Piergiorgio Welby. Ma, scusateci, di questo ci interessa poco. A noi interessa quello che afferma, all’art. 32, la Costituzione della Repubblica Italiana:

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

La Costituzione è esplicita: una cura può essere rifiutata. Welby l’ha fatto, ed è morto. Il medico si è limitato a prestare un servizio: sedare Welby e staccare la macchina. Tutto naturalissimo. Formigoni però ammonisce: «ci sono anche i malati che vogliono continuare a vivere». Benissimo, ne siamo felici, e crediamo che lo Stato debba fare di tutto per permettergli di riuscire nel loro proposito nel modo migliore e più dignitoso. Vivano pure, ci mancherebbe, ma non vengano a dire agli Welby, ai Coscioni e a tutti coloro che chiedono di poter avere una «buona morte» che hanno torto, perché non li riguarda, perché non riguarda lo Stato, perché non riguarda noi.

 

Buon Natale a tutti i lettori di Herakleitos. Ci scusiamo per la scarsa informazione fornita negli ultimi tempi. Speriamo di essere meno svogliati nel 2007!

 




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11 dicembre 2006

Manifesterete, vero?

Una sola curiosità: per quando è indetta la manifestazione contro l'assassinio brutale di tre bambini palestinesi per mano di tre sicari? Lo chiediamo perché immaginiamo ci sarà: voi, cari pacifisti, mica siete antisemiti, non manifestate solo quando i morti li fanno i razzi israeliani...




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11 dicembre 2006

Due parole soltanto

Giusto per dirvi che Augusto Pinochet, errore e onta americana, non ci mancherà. Nemmeno un po'.

Ch.Rocca ricorda - e fa bene - Jeane Kirkpatrick.

Hitchens lo paragona a Milosevic e Saddam, tiranni arroganti.






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23 novembre 2006

Una razza in via d'estinzione

E' morto Philippe Noiret. Centotrenta film in cinquant'anni di carriera. Ma per noi resterà sempre il giornalista Perozzi, di Amici miei. Prematura la supercazzola, o scherziamo?

Qui una delle più celebri zingarate.
Qui IL coro.
E, immancabile, la stazione.





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20 novembre 2006

Ovviamente

Ovviamente loro non sono antisemiti: criticano solamente il Governo Olmert, come prima criticavano il Governo Sharon e tutti gli altri Governi israeliani.
Ovviamente loro non stanno dalla parte dei terroristi: simpatizzano solamente per i popoli oppressi.
Ovviamente loro non sono antiamericani: ce l'hanno semplicemente con Bush. E prima ce l'aveva con Clinton. E prima con Bush padre. E prima con Reagan. Qualcuno di loro ce l'aveva anche con Kennedy, Johnson, Nixon e Ford. E si vocifera che qualcuno, pochi, già criticasse Washington e Adams. Ma non sono antiamericani. Ovviamente.
Ovviamente, poi, non sono antitaliani: muovono solo obiezioni alle scelte di politica estera del Governo Berlusconi. Non è che ce l'hanno con i militari e augurano loro la morte.
Ovviamente non rappresentano il Governo: i membri della maggioranza passavano casualmente di là. Come al solito.
Ovviamente non sono una manica di bastardi. Ovviamente.

Update: ovviamente c'è la mano dei servizi.




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20 novembre 2006

Perché c'è speranza

Finché ci sarà gente così, come Larry Stewart, ci sarà speranza. Che ne dite?




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16 novembre 2006

E' morto Milton Friedman

All'età di 94 anni è morto Milton Friedman, uno dei più influenti economisti del Novecento, ispiratore sia di Reagan che della Tatcher, premio Nobel per l'Economia, divulgatore attento e godibile. Su Epistemes lo ricorda Andrea Asoni, tracciando un profilo di quello che definisce un "grande intellettuale" (e non solo grande economista) e di cui spiega l'influenza nelle politiche monetarie moderne. Merita lettura.

Letture:

- N. Porro, Friedman, quel geniale rivoluzionario;
- A. Martino, Per fortuna ha vinto Friedman;
- C. Romano, Martino racconta Friedman;
- speciale del Wall Street Journal;
- D. Antiseri, La battaglia per una scuola libera; Id., La liberazione del sapere;
- A. Mingardi, La scuola, la libertà di scegliere e lo Stato aspirapolvere;
- libri tradotti in italiano.




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15 novembre 2006

Con Daw, ovviamente

I Radicali sono morti. Da tempo. Il cialtronesco esperimento della Rosa nel pugno, che qui ci siamo guardati bene dal votare, perché a tutto c’è un limite, specie alla decenza, è un inciucio tutto italiano tra socialisti di sinistra (già, perché da noi ci sono pure quelli di destra) e radicali, o meglio: tra i socialisti di sinistra e la dirigenza del Partito Radicale, che ha in Marco Pannella il mentore, il (fu) genio politico trasformatosi in padre padrone, tanto da tarpare le ali prima a Rita Bernardini ed Emma Bonino, che qui stimavamo molto e sulla quale ora abbiamo non poche riserve, e poi a Daniele Capezzone, che qui non abbiamo mai stimato ma che compatiamo per la sua infelice posizione (tu pensa, o lettore, dove siamo finiti). La morte dei Radicali ha diverse spiegazioni, molte valide, alcune meno, ma pur sempre interessanti. La più diffusa, almeno tra i Radicali di nostra conoscenza (e in larga parte anche da noi), è quella che verte sull’impoverimento del dibattito politico italiano. Anzi, dell’impoverimento del bisogno di politica degli italiani. Insomma, la società italiana avrebbe progressivamente perso l’interesse verso quelle tematiche care ai Radicali, a cominciare dalla laicità dello Stato e dai diritti umani, mettendo non già in secondo piano, ma in terzo e spesso quarto, i problemi sostanziali e procedurali che riguardano la nostra traballante democrazia. È una spiegazione forte, ma senz’altro fondata: chi scrive l’ha appunto sostenuta più volte. Ma non basta. Abbiamo sempre voluto aggiungere una chiosa che ai Radicali duri e puri non piace. Questa: mentre la società italiani applicava il cappio al collo dei Radicali, Marco Pannella ha fatto di tutto per stringerlo più in fretta. Ha letteralmente fagocitato il partito. Quando gironzolava per le piazze italiane vestito da Babbo Natale a regalare marjuana; quando chiedeva un referendum anche per sapere che ore fossero*; quando proclamava uno sciopero della fame anche per impedire il taglio delle orecchie dei cani*; quando trasformava la laicità dello Stato, che è un tema fondamentale, in basso anticlericalismo; soprattutto quando trasformava il Partito Radicale in una sua esclusiva proprietà.... Quando faceva tutto questo, e anche altro, Pannella contribuiva al soffocamento dei Radicali. Il glorioso Partito Radicale è diventato, negli ultimi anni, il Partito Pannella. Anzi, Casa Pannella.

E lo diciamo con dolore, perché Marco Pannella ha combattuto battaglie fondamentali, è stato un cattivo ma intelligente maestro per molti laici e liberali italiani. Però ha un vizio narcisistico assai grave: non sa farsi da parte. Non sa affidare ad altri, de facto, la guida del Partito. L’(auto)esclusione di Benedetto della Vedova dal Partito si spiega anche così.

Il colpo di grazia al rantolante PR, dicevamo, l’hanno dato Pannella-Bonino-Capezzone quando, pur di entrare in Parlamento, hanno deciso di costituirsi, insieme a Boselli e sodali, in quel guazzabuglio che risponde al nome di Rosa nel pugno. Avevano detto di voler rappresentare una spina nel fianco della compagine ulivista, bilanciando la forza dei partiti più estremisti, portando la maggioranza verso una nuova direzione laica, liberale, meno rigida nei confronti della Casa Bianca e di Tel Aviv e meno genuflessa davanti al Vicario di Cristo – un altro che, in quanto a ironia, non scherza niente: vero, Pannella? Invece, ahinoi, si sono fatti in tutto e per tutto uomini di Governo, compresa Emma Bonino, pronta come non mai ad accettare compromessi squallidi, a partire dalla propria carica ministeriale. E questa è stata per noi la delusione più grande: Emma Bonino l’abbiamo indicata più volte come un esempio del cosa significhi fare politica, non ci aspettavamo certo una sua piena omologazione al Prodi-pensiero e, il che è peggio, al modus operandi democristiano.

 

Perché sentiamo l’esigenza di (ri)affermare queste cose, per lo più già scritte e dibattute? È presto detto. Radioradicale, come in molti sapranno, ha censurato un post del nostro amico blogger Daw, il quale, con la consueta ironia, aveva raffigurato l’ennesima sceneggiata radicale in diretta webcam come un episodio della fantomatica sitcom Casa Pannella. Un’ironia feroce, certo, ma non gratuita. Daw è noto per i suoi montaggi acuti e irriverenti: se l’è presa con la destra fascista e omofoba, con Prodi e Napolitano, con la Chiesa – e non ha mai ricevuto una diffida legale.

Il video Casa Pannella è però finito anche su YouTube.com e ha attiratto alcune testate giornalistiche, come Repubblica e Studio Aperto, divenendo molto popolare nel giro di poche ore. La fuoriscita del filmato dalla ristretta cerchia della Blogosfera ha incredibilmente indispettito i Radicali, che hanno – proprio loro, noti anticomplottisti! – visto un’occulta regia (Capezzone) dietro l’operazione di Daw. Alle perplessità di Panella&Bonino è seguita, via Davide Galli, responsabile di RadioRadicale, una diffida legale nei confronti di Daw. L’accusa rivolta a Daw è delle più ridicole: avrebbe infangato il buon nome dei Radicali, senza nemmeno citare la fonte da cui ha tratto il video (Radioradicale.it). Ci permettiamo di notare, con la consueta voce bassa, che mandare in diretta web una riunione in cui la parola più pronunciata è «cazzo», condita da insulti di ogni tipo e da una bestemmia, non crediamo abbia reso gloria al PR. E non si parli di trasparenza! Qui siamo davanti a un caso, l’ennesimo, di voyeurismo, e basta (si confonti quanto detto testé sul narcisismo). Ma la cosa più grave è un’altra: Daw non ha scritto un trattato sui Radicali: ha semplicemente realizzato un video dichiaratamente e inequivocabilmente satirico. Era ed è impossibile fraintenderlo, se si è in buona fede. Evidentemente non lo è Galli, non è Pannella, non lo è Rita Bernardini.

Anzi. Proprio a Rita Bernardini osiamo far notare, sperando che non ci denunci e non chieda la nostra pubblica esecuzione, che invocare la Creative Commons per sostenere la necessità di tappare la bocca a Daw è francamente offensivo per qualsiasi persona di media intelligenza. Nun ce provà! lo diciamo noi, se è ancora lecito. La fonte (Radioradicale.it), dopo la prima segnalazione, Daw l’ha inserita eccome, e ancora campeggia sul suo blog. Se inizialmente ha sbagliato, non indicando la fonte, ha presto riparato al proprio errore – perché di errore si è trattato. Ma una diffida legale resta una diffida legale. Un gesto estremo che difficilmente può essere spiegato con la Creative Commons. Quello che ha indispettito i Radicali non è la forma del videopost di Daw: è il contenuto. Si sono incazzati perché quel montaggio dice la verità: i Radicali sono – o almeno così si vendono – come un gruppo isterico, autistico e in perenne oscillazione tra Urano e Crono. Daw si è limitato ad accentuare la bassa lega di certe discussioni (leggi: sceneggiate). E l’hanno diffidato. Un risata li seppellirà, se non l’ha già fatto.

 

 

 

 * nota per Radioradicale.it: è una battuta, solo una battuta




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8 novembre 2006

Esageriamo!

Titolo dell'Unità on-line: "L'America scarica Bush. I democratici: ora via dall'Iraq".
Incipit dell'articolo: virgolettato di Nancy Pelosi: "Abbiamo bisogno di una nuova direzione in Iraq". 




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8 novembre 2006

Cipria

Tra i soliti ben informati gira voce che qualche grande nome del giornalismo italiano (Montanelli?) chiamasse Beppe Severgnini "Cipria", perché "dopo che hai fatto così [strofinato il pollice e l'indice, ndH] non resta nulla". Non ricordiamo chi ci abbia raccontato questo aneddoto, né se esso sia vero, visto che lo stesso Severgnini sostiene da tempo che Montanelli lo ritenesse un suo allievo. Tuttavia ci è tornato in mente poco fa, dopo aver letto, sulla prima pagina del Corsera on-line, questa cosa qui.




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30 ottobre 2006

ADP



13 anni, 200 goal, una sola maglia

Grazie, Alessandro!




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27 ottobre 2006

Smetteranno mai? Sul velo islamico.

Erica Jong, la scrittrice femminista americana, che non farebbe mai sesso con George W. Bush perché «riesco a immaginarlo solo con persone intelligenti, e lui è un tale idiota», interviene, attraverso un’intervista al Corriere della Sera, sulla questione del velo islamico, che Tony Blair prima e Romano Prodi dopo hanno definito un ostacolo all’emancipazione delle donne islamiche. La Jong è molto stupita per questo atteggiamento di chiusura della sinistra europea verso il velo, che le ricorda la «ribellione adolescenziale che spinse la mia generazione a farsi crescere i capelli e indossare la chincaglieria indiana». Non sappiamo che idea abbia la Jong della beat generation, ma non ci risulta che qualche profeta dei «figli dei fiori» abbia mai prescritto i capelli lunghi come precetto di una religione laica, minacciando sanzioni per chi li rifiutava. Ma tant’è. La Jong è furente nei confronti della Francia, «patria dell’Illuminismo e dei Philosophes», che ha bandito il velo a scuola, insieme ad altri simboli religiosi. Il velo, secondo la scrittrice, è tutt’altro che il simbolo di un’emancipazione mancata, quanto un urlo di libertà e di rifiuto dell’omologazione. È bizzarro come gli hippy non abbiano mai capito che rifiutare la giacca e la cravatta per vestirsi tutti in jeans e magliette floreali significa semplicemente omologarsi in altro modo. Un po’ come quei no-global che vanno in giro con la maglietta sponsorizzata «no logo», senza rendersi conto che marchiarsi con la scritta «no logo» è esattamente darsi un logo. Un logo che nega i loghi, infatti, è pur sempre un logo.

Siamo molto perplessi verso una ribellione che passa attraverso l’imposizione, spesso violenta, di un simbolo religioso, quale è il velo, che tende a ghettizzare chi lo indossa. Sono più frequenti i casi di giovani ragazze che non possono vivere all’occidentale di quello che non lo vogliono. Ben inteso: non possiamo certo escludere che il velo possa svolgere la funzione di schermo per giovani ragazze di una cultura così lontana da quella europea – soprattutto per quanto concerne i diritti delle donne – e catapultate in una società fatta (anche) di minigonne, scollature e calendari. Niente di male, ovviamente, ma non è detto che debba piacere – almeno da subito – a tutti. Però nemmeno tale funzione difensiva ci sembra così progressista come la dipinge la Jong.

Un recente acuto commento, su Avvenire, di Souad Sbai chiarisce alcuni aspetti controversi del velo, con estrema ragionevolezza e con tono finalmente pacato, dopo le tensioni che hanno fatto seguito all’assalto dell’imam di Segrate a Daniela Santanché, la quale sulla questione del velo ci è parsa molto poco documentata, ma gode anche lei della libertà d’espressione che le giovani musulmane, almeno quelle che conosce la Jong, richiedono per sé quando indossano il velo.

La Sbai smonta quattro «luoghi comuni dell’islamically correct»:

1)      non è vero che l’hijab è parte integrante della religione islamica, infatti nessun testo sacro lo prescrive; è piuttosto l’espressione di una società patriarcale che relega all’ultimo gradino della scala gerarchica le donne, tant’è vero che nei Paesi islamici più progressisti, come la Giordania e la Tunisia, viene fortemente messo in discussione;

2)      non è vero che il velo esprime il pudore delle donne musulmane, spesso bigottamente opposto alla frivolezza e all’esibizionismo delle donne occidentali, perché rappresenta il possesso della donna da parte dell’uomo: la donna con il velo può essere lapidata per un adulterio, può essere picchiata se mette il rossetto;

3)      non è vero, se non in casi rari, che il velo rappresenti una libera scelta priva di condizionamenti esterni. Generalmente le donne musulmane arrivano in Europa senza il velo, ma sono costrette a indossarlo quando la famiglia entra in contatto con una società esageratamente (a detta loro) libertina come la nostra;

4)      proibire il velo non aumenta lo scontro di civiltà, fornendo argomenti validi ai fondamentalisti, ma tende la mano all’ala più progressista dell’Islam europeo, tant’è vero che i sondaggi svolti in Francia testimoniano, dopo le iniziali tensioni, una piena adesione delle allieve musulmane al divieto imposto nelle scuole.

 

Quello che Erica Jong, e con lei molti altri, sembra non capire è che il velo è sempre un’imposizione che limita l’emancipazione delle donne, perché è un simbolo di sottomissione e di esclusione. Chi sceglie liberamente il velo, ed è la minoranza delle donne islamiche, lo fa perché teme di integrarsi, poiché una donna musulmana integrata nella società occidentale rischia di essere ripudiata dalla famiglia e dalle amiche. A questa tesi giunge il severo pamphlet di Chahdortt Djavan Giù i veli!, pubblicato da Lindau nel 2004. L’autrice, scrittrice e antropologa iraniana, che il velo l’ha dovuto portare per anni, costretta («o il velo o la morte»), descrive con durezza ma con grande attenzione una società, quella islamica, in cui i rapporti tra uomini e donne sono come quelli tra padrone e schiavo, in cui il velo gioca un importante ruolo sociale: sul corpo femminile si inscrive l’onore musulmano: padri, fratelli e mariti devono avere la garanzia dell’onore della propria donna, che velano per sottrarre a qualsiasi tentazione e per ribadirne il possesso. Così, con parole che meriterebbero di essere insegnate a scuola, si esprime la Djavann: «Ma che cos’è portare il velo, abitare un corpo velato? Cosa significa venire condannata a essere chiusa in un corpo velato perché femminile? Chi ha il diritto di parlarne? [...] Certi intellettuali parlano volentieri al posto degli altri. E oggi ecco che parlano al posto di quelle che non hanno voce – quel posto che, per decenza, nessuno al di fuori di esse dovrebbe cercare di occupare. Perché, questi intellettuali, insistono, firmano, presentano petizioni. Parlano della scuola, dove non hanno più messo piede da lungo tempo, delle periferie dove non hanno mai messo piede, parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto. Decidono strategie e tattiche, dimenticando che quelle di cui parlano esistono [...] e non sono un soggetto su cui dissertare, un prodotto di sintesi per esercitazioni scolastiche. Smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l’inferno degli altri?». Già, smetteranno mai?




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25 ottobre 2006

Ritornerai

"Sto vivendo un momento un po' particolare della mia vita. Questo Parkinson mi offende la voce quando parlo, ma grazie a Dio non la offende quando canto". Così aveva detto Bruno Lauzi in una delle ultime interviste. Oggi il grande cantautore genovese è morto, ucciso proprio da quel male cui aveva scritto, personificandolo, una struggente e severa lettera. Lauzi ha composto, per sé e per altri, alcuni dei più bei versi della canzone d'autore italiana, toccando generi molto diversi, come la canzone d'amore (Ritornerai, Minuetto, E penso a te), la canzone per bambini (Johnny Bassotto) e la canzone umoristica (Garibaldi blues). Con Bindi, Paoli e Tenco avevo fondato la "scuola genovese", dando vita alla canzone d'autore colta italiana. Scuola cui è appartenuto anche il più grande dei cantautori italiani, forse l'unico che merita davvero di entrare nella storia della Letteratura alla voce "poeta": Fabrizio De André.
Nel 1970 aveva iniziato a collaborare con la Numero Uno, ovvero con il duo Mogol-Battisti, cui regalò Mary oh Mary e Amore caro, amore bello. Ha scritto versi per Mia Martini (Piccolo uomo, Almeno tu nell'universo), per Ornella Vanoni (L'appuntamento), per Marcella Bella (Verde smeraldo), per Georges Moustaki (Lo straniero). Però ha anche accettato, con umiltà, di cantare canzoni scritte da altri, magari più giovani di lui, come Il navigante di Ivano Fossati o Angeli di Lucio Dalla.


Alla sera al caffé, con gli amici
si parlava di donne e motori
si diceva: son gioie e dolori;
lui piangeva e parlava di te.
Se si andava in provincia a ballare,
si cercava di aver le più belle;
lui restava a contare le stelle
sospirava e parlava di te.
Alla carte era un vero campione
lo chiamavano "il ras del quartiere",
ma una sera, giocando a scopone,
perse un punto parlando di te.
Ed infine la notte si uccise
per la gran confusione mentale
fu un peccato perché era speciale
proprio come parlava di te
Ora, dicono, fosse un poeta
che sapesse parlare d'amore.
Cosa importa se in fondo uno muore
e non può più parlare
di te

Bruno Lauzi, Il poeta






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23 ottobre 2006

Senza tregua

Incalzate Putin. Senza tregua

di
Bernard-Henry Lévy

D'accordo. So che non bisogna accusare senza prove. So che sono molti i possibili mandanti della morte di Anna Politkovskaya, uccisa il 6 ottobre con quattro colpi di pistola Makarov, la stessa utilizzata dalle forze di polizia russe. L'ex funzionario del Kgb diventato capo di tutte le mafie — e che di mafia ora ha il coraggio di accusare l’Italia — deve essere considerato presunto innocente, in assenza di una condanna formale. Però...
Chi ci farà credere che un simile atto non abbia nulla a che vedere con il clima deleterio, liberticida, pogromista che oggi regna aMosca e consente—è un esempio—che si dia la caccia al georgiano ufficialmente, impunemente così come, ieri, si dava la caccia al ceceno? Chi può garantirci che non vi sia stato, al vertice dello Stato, un assassino gallonato, esperto nel mettere in riga giornalisti curiosi, convinto che per quella donna troppo curiosa, per la guastafeste che impedisce di normalizzare e di mentire, per la giornalista indomabile che non si accontentava di scrivere ma agiva, non ci fosse più altra soluzione se non di ucciderla per obbligarla a piegarsi? Putin è l'uomo che sfodera il revolver appena sente parlare di stampa libera, è il Presidente sotto il cui regno sono stati già uccisi, prima della Politkovskaya, altri 12 giornalisti. Dodici! La cifra è debitamente documentata, purtroppo, da Reporters sans frontières! Così come è documentata l'uccisione di altri 30 giornalisti e reporter nel periodo precedente, fra il 1992 e il 2000, nell' esercizio del loro mestiere. Putin dunque, il neo-zar dagli occhi vuoti e dal parlare delicato che voleva andare ad accoppare i ceceni persino nei gabinetti e che, in un certo modo, vi è riuscito, può lavarsi le mani di questo nuovo crimine? E noi, possiamo accettare senza urlare di collera e di disgusto la frase che alla fine s'è lasciato sfuggire, davanti ad Angela Merkel, come unico omaggio funebre alla sua compatriota assassinata: «La sua capacità d'influire sulla vita politica del Paese era insignificante »? Insomma, è per tutte queste ragioni che insisto a parlare dell'omicidio di Anna Politkovskaya. Ed è per queste ragioni, perché inoltre ho paura che tutto finisca nell'oblio, nel caso archiviato, che voglio fare a coloro che ci governano due o tre semplici raccomandazioni.
Prima di tutto, una commissione d'inchiesta internazionale. Chirac l'ha chiesta per Rafik Hariri quando ha detto, due precauzioni essendo meglio di una, di preferire che anche un'istanza indipendente esaminasse le circostanze della morte del suo amico. Perché ciò che vale per il suo amico non dovrebbe valere per la nostra amica? Perché la Francia dei diritti dell'uomo non dovrebbe preoccuparsi dell'erede di Sakharov quanto dell'ex presidente libanese? Poi, non lasciare più in pace il presidente russo; non concedergli alcuna tregua, finché non sarà fatta piena luce sulla tragedia; fare in modo che non vi sia vertice, non vi sia visita di Stato né conferenza stampa comune con uno qualsiasi dei suoi colleghi senza che gli sia posta la domanda, continuamente, instancabilmente: «Allora? A che punto siamo? Cosa ha di nuovo da dirci sui mandanti di quel crimine?». Anna Politkovskaya era la coscienza della Russia. Deve diventare la cattiva coscienza del suo presidente, lo spettro che lo assilli, il suo rimorso. Ancora, raccomando di non esagerare negli omaggi d'ogni genere di cui si continua a gratificare il padrone del Cremlino: un giorno, è l'Accademia francese a riceverlo, come se fosse un'autorità letteraria e morale; un altro, sono gli ex, i futuri e gli attuali ministri degli Esteri che fanno a gara di adulazione per esaltare il suo nobile contributo alla causa della democrazia; e un altro giorno, appena due settimane prima dell'omicidio, è stato lo stesso presidente francese a consegnargli le insegne di Gran Croce della Legion d'onore, il massimo grado dell'Ordine più elevato della meritocrazia repubblicana.
Un'umile supplica, allora, a Jacques Chirac. Lui ha il diritto, costituzionalmente, quando si tratta di individui sia «penalmente sanzionati» sia «che abbiano commesso atti contrari all'onore », di pronunciare radiazioni e sospensioni. Poiché la sorte di questa donna abbattuta come un cane, di una donna che era, appunto, l'onore della Russia, è un atto chiaramente contrario all'onore e poiché pesanti indizi, se non di colpevolezza, perlomeno di complicità pesano sul padrone del Paese, una misura di «sospensione provvisoria», tipo quella che Chirac ha pronunciato qualche anno fa nei confronti del generale torturatore Aussaresses, mi sembra imporsi. Altrimenti, la promozione di quest' uomoal rango più elevato dell'Istituzione di cui il presidente è il Grand Maître rimarrà come uno sputo in faccia ad Anna Politkovskaya e a tutti noi.

(Corriere della Sera)




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18 ottobre 2006

Politica e ignoranza

Questa intervista delle Iene ai nostri politici rivela un'ignoranza talmente abissale che persino noi, che riteniamo la nostra classe politica vergognosa, non ci aspettavamo. Terrificante. Noi siamo in mano a questa gente, vogliamo fare qualcosa, oppure continueremo a farci prendere per il culo a lungo?




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10 ottobre 2006

Ancora su Anna. Anzi no

A suo tempo, quando chi scrive ha lasciato TocqueVille, qui venne dato dello "scemo del villaggio" a un innominabile blog di tendenze clericofasciste. Un suo amico chiamò il sottoscritto liberale come Arafat per quella definizione. Ora, passato parecchio tempo, il sottoscritto-liberale-come-Arafat si è imbattuto in un commento del suddetto scemo del villaggio in cui si legge che "se fossi stato un russo [dopo Beslan] mi sarei preso personalmente la briga di toglierla di mezzo". Il "toglierla" è Anna Politovskaja.
In effetti allora sbagliammo. "Fascista del villaggio" era molto più indicato.




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9 ottobre 2006

Fattoni

Avete mai pensato che i nostri politici, per fare le figure che fanno e dire le cose che dicono, devono assumere qualche stupefacente!? Bene, è vero. Stando alle Iene e a un test infallibile (almeno così si dice), un parlamentare su tre fa uso di cannabis e/o cocaina. Insomma, né ci sono né ci fanno. Si fanno. Ed è tutto più chiaro.




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8 ottobre 2006

L'eroica Anna

Chiunque abbia avuto in questi anni la voglia e la forza di ricercare informazioni sulla situazione in Cecenia e sul modo in cui il regime dello Zar Putin abbia raso al suolo Grozny, nel silenzio generale degli ipocriti pacifisti europei, prima o poi si è imbattuto in una traduzione di qualche articolo di Anna Politkovskaja. Grande giornalista indipendente della Novaya Gaseta, da anni viveva in bilico tra la vita e la morte: troppo scomoda per campare a lungo. Nel 2004 era sopravvissuta a un tentativo di avvelenamento. Due giorni fa non le è andata altrettanto bene: il suo corpo senza vita è stato ritrovato nell'ascensore di casa sua. Uccisa.
Alla Russia di Putin la Politkovskaja ha dedicato un feroce libro, pubblicato in Europa, anche in Italia, ma non in Russia, perché nessune editore russo ha accettato di mandarlo alle stampe.
Il suo libro più noto era però il bellissimo Cecenia. Il disonore russo, discesa negli inferi della guerra russo-cecena, con racconti crudi e ferocissimi attacchi a Putin.

Ora che è stata uccisa le cose cambieranno? qualcuno inizierà a propagandare le sue idee, in Russia come in Europa? il massacro di Grozny, la realtà cecena, complessa e tragica, diverranno oggetto di discussione, o parleremo ancora per anni solamente di Iraq, come se Cecenia, Darfur, Rwanda etc. non esistessero? Probabilmente non cambierà nulla, sarà tutto come prima, o quasi: coloro che vogliono informarsi e cercano, al di là della propaganda antiamericana, informazioni sulle altre guerre, sugli altri massacri, continueranno a farlo. Gli altri no. Solo che ai primi mancherà una voce importante, quella di Anna Politovskaja.




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4 ottobre 2006

Ma che bella finanziaria!

La Finanziaria non piace a Montezemolo. Non piace ai ricchi. Non piace ai poveri. Non piace ai comunisti. Non piace a Berlusconi. Non piace agli economisti di sinitra. Non piace agli economisti di destra. Non piace ai sindaci. Piace solo a Invarchi e a Padoa Schioppa, che ne è l'autore. Insomma, sono cazzi amari.




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4 ottobre 2006

Vecchio Bill

Ormai dimenticati gli anni di stage di Monica Lewinsky, pare che il vecchio Bill non abbia perso il vizio. Però stavolta ha raffinato i propri gusti.




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4 ottobre 2006

Il reality è morto, ma il trash è più vivo che mai

Ebbene sì, lo confessiamo: anche chi scrive appartiene alla massa di italiani attratta dal trash de La pupa e il secchione, il miglior reality importato in Italia negli ultimi anni. La scelta dei personaggi è perfetta, i testi eccellenti, le situazioni esilaranti e piccanti in modo tanto scoperto da essere ridicole. Altro che la noia del Grande Fratello, l'idiozia assoluta di Wild West e di Circus o il finto thrilling psicologico di Unanimous... non se ne può più di pseudo-vip alla deriva e di reality para-psicologici! Vogliamo il trash e lo vogliamo tutto. Vogliamo il bel fondoschiena di Nora vestita da infermiera, i balletti di Silvia detta Paris, la gara di kart che rischia di finire in tragedia ma vogliamo soprattutto lui, il personaggio più riuscito della stagione tardo-estiva: Omar Monti, pizzaiolo campion d'enigmistica, assurdo "secchione" di Italia1. Lo abbiamo visto prendere in pieno la cavallina (molto più alta di lui) e fare il più agghiacciante esercizio alle parallele dellla storia. E non parliamo della capriola. Lo abbiamo applaudito quando, mezzo nudo, si è lanciato in improbabili posizioni del Kamasutra. A noi di Nora ed Elisa sotto la doccia ci frega poco e nulla: siamo con te, Monti, non ci deludere!




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29 settembre 2006

Per me in particolare... yo...

Romano Prodi feat F. Bertinotti and the Parliament in Banana Republic.





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27 settembre 2006

Cambiamenti

Da quando non c'è più Luciano Moggi, le cose sono effettivamente cambiate. Adesso non passano più nemmeno il girone.





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25 settembre 2006

Allora ditelo!

Dopo Wellington, chiudono pure i Two Twins. Dev'essere un complotto contro il sottoscritto. I blog che più ha letto, amato e commentato (e anche un po' invidiato) se ne vanno, anche se non per sempre. Resta The André Glucksmann File e nasce Epistemes.org, dove avremo modo di leggere i Twins, Phastidio, Daniele Sfregola e tanti altri, uno più bravo dell'altro. Almeno questo!




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22 settembre 2006

Arrivederci

Wellington chiude. Per sempre (?). Il suo titolare non ha più voglia, non ha più lo stimolo giusto per gestire un blog. Ci vuole un po' di vanità, forse, per gestire un blog e condividere i propri pensieri. Ma ci vuole anche impegno e, soprattutto, voglia. Può passare. A lui è passata. Peccato, perché il Web perde un commentatore acuto, documentato e mai banale. Questo blog perde un blog amico. E ci spiace molto. Se Wellington in futuro sentirà il bisogno di dire qualcosa di pubblico su qualsiasi argomento, qui lo ospiteremo come si fa con le grandi firme.




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22 settembre 2006

Il bubbone Telecom

Romano Prodi ha finalmente deciso: riferirà in Parlamento sul caso Telecom. Non solo alla Camera, ma anche al Senato. Inizialmente, come noto, Prodi si era categoricamente rifiutato di informare i parlamentari e, con loro, gli italiani, sul ruolo avuto dal Governo – e soprattutto da Angelo Rovati, consigliere economico di Prodi, suo uomo di fiducia – nella oscura e clamorosa vicenda Telecom. Da buon amico di vecchia data, Rovati ha presto giurato che «Prodi non sapeva nulla», senza rendersi conto della gravità di una simile affermazione. Infatti, se Prodi nulla sapeva, ciò significa che i suoi collaboratori entrano a gamba tesa negli affari delle più importanti aziende del Paese senza che al Premier ne giunga notizia, inviando ai manager documenti ufficiali della Presidenza del Consiglio. Già questo basta per chiedere le dimissioni di Prodi, checché ne pensi l’apologeta Rovati. Ma la sua narrazione non corrisponde al vero: Prodi sapeva eccome e ha mentito al Paese. Lo stesso Marco Tronchetti Provera ha affermato di aver parlato più volte con Prodi del progetto di riassetto (l’ennesimo) di Telecom e poi, come ha ricordato Oscar Giannino, proprio il Governo ha inizialmente appoggiato le proposte di Costamagna (di Goldman Sachs), il quale suggeriva di dare vita a un nuovo grande polo televisivo – in aperta concorrenza a Mediaset, ça va sans dire – sponsorizzato da Telecom e Sky, coinvolgendo nell’affare anche Rupert Murdoch. Il magnate, però, ha rimandato al mittente la proposta, giudicando insensato e scoveniente (o meglio: sconveniente, dunque insensato) entrare in un progetto dove la maggioranza spettava non a Sky ma proprio a Telecom.

È a questo punto, prosegue Giannino, che il Governo è intervenuto una seconda volta, con l’ormai celebre «piano» ideato da Rovati, che così si può riassumere: Tronchetti Provera avrebbe dovuto ritirarsi dalla rete fissa, insieme al debito accumulato di ormai quaranta miliardi di euro, favorendo così l’intervento (onerosissimo) della Cassa Depositi e Prestiti, che avrebbe assunto la partecipazione di controllo della nuova rete fissa quotata in Borsa.

Il grosso problema di questa gravissima vicenda è che tale «piano» è giunto sulla scrivania di Tronchetti Provera su carta intestata della Segreteria di Prodi, direttamente da Palazzo Chigi. Un piano che puzza di esproprio di Stato, tanto da costringere Tronchetti Provera a denunciarlo pubblicamente tramite i propri quotidiani e ad assumere, lui che Prodi voleva salvare dai debiti, il ruolo di massimo avversario del Governo nella vicenda.

Mettendo da parte le questioni meramente economiche, due ci sembrano i fatti politici più gravi di questa vicenda: il primo, è l’atteggiamento di Romano Prodi, che ha impunemente mentito al Paese su una vicenda tanto seria (Clinton, in fondo, mentì su una fellatio e rischiò la poltrona), e poi ha rifiutato con un’insopportabile spocchia («non ci penso nemmeno») di spiegare agli italiani perché Tronchetti Provera abbia ricevuto un piano di lavoro direttamente da Palazzo Chigi, dal suo uomo Rovati; il secondo, il tentativo del Governo di condizionare pesantemente il destino di un’azienda quotata in Borsa e imponente come Telecom. L’immagine che Prodi sta offrendo di sé in questi giorni è delle peggiori: un Premier debolissimo, accerchiato dai suoi stessi compagni, che si crede onnipotente e al di sopra delle regole, che fa spallucce a qualsiasi richiesta di commilitoni e avversari, che stringe la mano a criminali assassini e consiglia al Papa di farsi difendere delle guardie svizzere perché non è certo un suo problema. Ben peggio dell’immagine di Silvio Berlusconi, come ironizza sulla Stampa Gramellini.

Quattro dietrofront in dieci giorni è francamente troppo, per uno che se la tira da grande statista e ha in mano il destino di un Paese, purtroppo il nostro, che attraversa una fase delicata e ha bisogno dell’investitore straniero, oggi più che mai titubante, come ha scritto, tra gli altri, il Wall Street Journal, visto l’atteggiamento «dirigista» del Governo in carica. La vicenda Telecom, che altri chiamano «Telecomgate», è un  autogoal clamoroso, che nemmeno Materazzi.

 

Parallelamente alla magagna in cui Prodi, via Rovati, si è cacciato, l’affaire Telecom sta prendendo una piega che ci pare terrificante. In realtà è anni che la gestione di Telecom odora di bruciato, però Tronchetti Provera è stato abile a gestirla tramite i “propri” giornali (e parliamo di Corriere e Sole24ore, non della Provincia), la “propria” televisione (La7) e il “ricatto” della pubblicità (io ti do miliardi di pubblicità, tu ti dimentichi i miei scheletri nell’armadio: lo fanno tutte le grandi aziende).

Ma questa volta è emerso un giro di intercettazioni illegali degne dello spionaggio più agguerrito. Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza in Telecom, ha usato i potenti sistemi informatici di cui l’azienda dispone per spiare politici, imprenditori, banchieri, costruttori, persino giornalisti e anche Antonio D’Amato, allora numero uno di Confindustria. Ci permettiamo di ricordare un’inchiesta presto dimenticata di Giuseppe D’Avanzo, su Repubblica, in cui si parlava di centomila files di intercettazioni illegali ordinate da Tronchetti Provera e dai vertici di Telecom, non solo a danno del mondo della politica e della finanza, ma anche di quello del Calcio. D’Avanzo scriveva che «il pasticcio spionistico incrocia anche lo scandalo del calcio. Per quanto racconta Emanuele Cipriani ai magistrati, nei file illegali della Polis d'Istinto ci sono alcuni dossier raccolti, su input dell'Inter di Massimo Moratti e ordine di Marco Tronchetti Provera, contro l'arbitro Massimo De Santis, il direttore sportivo di Messina e Genoa Mariano Fabiani, il direttore sportivo del Catanzaro Luigi Pavarese. La scoperta ha amareggiato (e irritato) molto la Procura di Milano».

Questo significa che chiunque entrasse in rotta con gli affari di Telecom – ed è bene ricordare che Pirelli (Tronchetti) è sponsor dell’Inter e che il vicepresidente della squadra milanese, Carlo Buora, è anche Ad di Telecom – veniva spiato, tracciato e archiviato. Questi signori, per dirla con Fassino, volevano ricattare il Paese a ogni livello di potere. In una Nazione civile, si pensi all’Inghilterra e agli Stati Uniti, ma non solo, la longa manus di Telecom verrebbe considerata un attacco frontale alla democrazia. Ed è un attacco alla democrazia, che va da Benetton all’arbitro De Santis. Nulla sfuggiva alle orecchie degli uomini di Tronchetti e Buora.

E l’uomo di fiducia Guido Rossi, dopo la tragicomica parentesi alla Federcalcio, prosegue il suo lavoro di rinnovatore etico ed economico del Paese in Telecom, dove si suppone stia molto bene, essendo anch’egli stato membro per anni della grande famiglia Inter. A questo punto viene da pensare che Tronchetti Provera vincerà le prossime elezioni a tavolino, per conclamata onestà.



Barzelletta del giorno (grazie Dma).
Sai che differenza c'è tra Tronchetti Provera e Ricucci?
Nessuna, hanno tutti e due una moglie bellissima
.

 




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15 settembre 2006

E' morta Oriana Fallaci

"Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l' altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria! Vittoria!». Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: «Bene. Agli americani gli sta bene». E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d' una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso".

Quando, dopo l'attentato dell'11/9/2001, il fatto che ha cambiato il corso della storia contemporanea, i giornalisti italiani non riuscivano a uscire dall'anonimato e dalla banalità, ripetendo le solite cose ammuffite, La rabbia e l'orgoglio di Oriana Fallaci era stato, in ogni caso, una boccata d'aria fresca. Non condividevamo quasi nulla, eccetto la generica condanna della debolezza dell'Occidente, ma quell'articolo sapeva prendere a sberle il pensiero medio e ovvio dei più e sapeva mettere a nudo, anche se con parole e concetti a nostro avviso errati, un problema serio e non procrastinabile. Quello del rapporto con l'Islam, le cui frontiere sono spesso lorde di sangue: non solo in Europa e in America, ma in Africa, in Oriente e, soprattutto, intorno ai confini israeliani.
Poi La rabbia e l'orgoglio divenne un libro, cui seguirono La forza della Ragione, nel 2004, Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, sempre nel 2004 e, l'anno scorso, L'Apocalisse. Il suo pensiero ha perso gran parte della lucidità che rivendicava nel primo articolo, facendosi invettiva rabbiosa e urlata contro l'Islam tutto, senza distinzioni, perché non si possono fare distinzioni in quella che la Fallaci riteneva una non-civiltà. Nel frattempo, senza mezzi termini, si era detta pronta a far esplodere una moschea in costruzione sulle colline senesi. Siamo convinti, ma forse è troppo, che in migliori condizioni di salute e con qualche anno in meno, la Fallaci avrebbe davvero fatto esplodere la moschea. Ormai la sua rabbia si era fatta dichiarazione di guerra totale. Contro l'Islam, contro l'Occidente, contro tutto ciò che la disturbava, compresi gli immigrati messicani che le facevano tanto schifo.
Una battaglia durissima, spesso assurdo, sempre violenta, estrema. Solo così, diceva, l'Occidente può imparare a comprendere la posta in gioco: la sopravvivenza. Non aveva torto nell'indicare il problema, ma ce l'aveva nel proporre la soluzione.
Intanto, parallelamente alla sua battaglia culturale, Oriana Fallaci ha affrontato e perso un'altra ardua sfida, quella contro un tumore inguaribile che l'ha debilitata, quasi privata della vista, e infine uccisa. E' morta arrabbiata, ne siamo certi, perché amava la Vita (lo scriveva così, con la maiuscola) e perché sapeva di avere ancora un ruolo nella battaglia che stava conducendo, non più sola. La stimavamo molto, la consideriamo ancora la più grande giornalista italiana, se non la più grande di tutte le giornaliste, e una delle migliori scrittrici del dopoguerra. Un uomo, Insciallah, Lettera a un bambino mai nato sono splendide letture.
Aveva intervistato la Storia, come lei stessa diceva, e lo aveva fatto in modo assolutamente grande: jeans, camicia, sigaretta e un mix di coraggio e sfacciataggine che pochissimi giornalisti hanno avuto, pur essendo un valore necessario.
Ecco perché, nonostante tutto, Oriana Fallaci ci mancherà. Il suo pensiero si era fatto delirante, lo abbiamo scritto più volte. Avevamo scritto che "non si riesce più a leggere, Oriana Fallaci". Ed era vero. Il giorno in cui se ne va, se c'è un motivo di piangere, è proprio questo. La grande scrittrice l'avevamo già persa.


"Che cosa sento per i kamikaze che sono morti con loro? Nessun rispetto. Nessuna pietà. No, neanche pietà. Io che in ogni caso finisco sempre col cedere alla pietà. A me i kamikaze cioè i tipi che si suicidano per ammazzare gli altri sono sempre stati antipatici, incominciando da quelli giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Non li ho mai considerati Pietri Micca che per bloccar l' arrivo delle truppe nemiche danno fuoco alle polveri e saltano in aria con la cittadella, a Torino. Non li ho mai considerati soldati. E tantomeno li considero martiri o eroi, come berciando e sputando saliva il signor Arafat me li definì nel 1972. (Ossia quando lo intervistai ad Amman, luogo dove i suoi marescialli addestravano anche i terroristi della Baader-Meinhof). Li considero vanesi e basta. Vanesi che invece di cercar la gloria attraverso il cinema o la politica o lo sport la cercano nella morte propria e altrui. Una morte che invece del Premio Oscar o della poltrona ministeriale o dello scudetto gli procurerà (credono) ammirazione. E, nel caso di quelli che pregano Allah, un posto nel Paradiso di cui parla il Corano: il Paradiso dove gli eroi si scopano le Urì. Scommetto che sono vanesi anche fisicamente".




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4 settembre 2006

E' morto Crocodile Hunter

Si chiamava Steve Irwin ma era noto a tutti, davvero a tutti, come Crocodile Hunter, il suo nome di "battaglia" con cui firmava alcuni incredibili documentari per Discovery Channel (tradotti e mandati in onda anche da La7). Sì, esatto, parliamo di quell'australiano biondo con il mascellone che rincorreva, sfidandoli, gli animali più pericolosi del mondo: coccodrilli soprattutto, ma anche tigri, serpenti, ragni e tutto quello che noi non vorremmo incontrare mai, nemmeno in foto. Ha passato vent'anni della sua vita a bonificare zone dell'Australia abitate da coccodrilli, curando quelli feriti e malati e dando vita a un enorme zoo acquatico in cui si esibiva, davanti a migliaia di persone, in numeri spericolati. Lo ricordiamo sfamare un coccodrillo con in braccio il proprio figlio di pochi mesi, ma anche piangere sulla salma di un enorme rettile. E tutti abbiamo pensato che, prima o poi, avrebbe fatto un passo falso, un piccolo ma fatale errore, finendo in pasto a uno squalo o nelle fauci di un amato crocodile. E invece è stato ucciso da una banalissima razza, mentre stava girando un documentario sulla barriera corallina. Una morta banale, umana, dopo un'infinità di azioni incredibili. Una morte che ricorda quella di un altro grande, Patrick De Gayardon, schiantatosi a terra durante un banale volo di allenamento. Qualcuno potrà pensare che, in fondo, non si sente la necessità di lanci da diecimila metri e di agguati a coccodrilli da svariati quintali. E' vero, non sono gesta necessarie. Si vive anche senza. Siamo d'accordo. Però un'infantile passione per la sfida ci fa provare grande simpatica per Icaro e tutti i suoi epigoni. Compreso Steve Irwin.


Irwin, la moglie e un coccodrillo




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29 agosto 2006

Cattiva memoria

"Il lavoro rende liberi. Non ricordo dove lessi questa frase ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all'istante perché raccontano un'immensa verità". Caro senatore Coletti, se vuole le rinfreschiamo la memoria...




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