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Diario


22 settembre 2006

Il bubbone Telecom

Romano Prodi ha finalmente deciso: riferirà in Parlamento sul caso Telecom. Non solo alla Camera, ma anche al Senato. Inizialmente, come noto, Prodi si era categoricamente rifiutato di informare i parlamentari e, con loro, gli italiani, sul ruolo avuto dal Governo – e soprattutto da Angelo Rovati, consigliere economico di Prodi, suo uomo di fiducia – nella oscura e clamorosa vicenda Telecom. Da buon amico di vecchia data, Rovati ha presto giurato che «Prodi non sapeva nulla», senza rendersi conto della gravità di una simile affermazione. Infatti, se Prodi nulla sapeva, ciò significa che i suoi collaboratori entrano a gamba tesa negli affari delle più importanti aziende del Paese senza che al Premier ne giunga notizia, inviando ai manager documenti ufficiali della Presidenza del Consiglio. Già questo basta per chiedere le dimissioni di Prodi, checché ne pensi l’apologeta Rovati. Ma la sua narrazione non corrisponde al vero: Prodi sapeva eccome e ha mentito al Paese. Lo stesso Marco Tronchetti Provera ha affermato di aver parlato più volte con Prodi del progetto di riassetto (l’ennesimo) di Telecom e poi, come ha ricordato Oscar Giannino, proprio il Governo ha inizialmente appoggiato le proposte di Costamagna (di Goldman Sachs), il quale suggeriva di dare vita a un nuovo grande polo televisivo – in aperta concorrenza a Mediaset, ça va sans dire – sponsorizzato da Telecom e Sky, coinvolgendo nell’affare anche Rupert Murdoch. Il magnate, però, ha rimandato al mittente la proposta, giudicando insensato e scoveniente (o meglio: sconveniente, dunque insensato) entrare in un progetto dove la maggioranza spettava non a Sky ma proprio a Telecom.

È a questo punto, prosegue Giannino, che il Governo è intervenuto una seconda volta, con l’ormai celebre «piano» ideato da Rovati, che così si può riassumere: Tronchetti Provera avrebbe dovuto ritirarsi dalla rete fissa, insieme al debito accumulato di ormai quaranta miliardi di euro, favorendo così l’intervento (onerosissimo) della Cassa Depositi e Prestiti, che avrebbe assunto la partecipazione di controllo della nuova rete fissa quotata in Borsa.

Il grosso problema di questa gravissima vicenda è che tale «piano» è giunto sulla scrivania di Tronchetti Provera su carta intestata della Segreteria di Prodi, direttamente da Palazzo Chigi. Un piano che puzza di esproprio di Stato, tanto da costringere Tronchetti Provera a denunciarlo pubblicamente tramite i propri quotidiani e ad assumere, lui che Prodi voleva salvare dai debiti, il ruolo di massimo avversario del Governo nella vicenda.

Mettendo da parte le questioni meramente economiche, due ci sembrano i fatti politici più gravi di questa vicenda: il primo, è l’atteggiamento di Romano Prodi, che ha impunemente mentito al Paese su una vicenda tanto seria (Clinton, in fondo, mentì su una fellatio e rischiò la poltrona), e poi ha rifiutato con un’insopportabile spocchia («non ci penso nemmeno») di spiegare agli italiani perché Tronchetti Provera abbia ricevuto un piano di lavoro direttamente da Palazzo Chigi, dal suo uomo Rovati; il secondo, il tentativo del Governo di condizionare pesantemente il destino di un’azienda quotata in Borsa e imponente come Telecom. L’immagine che Prodi sta offrendo di sé in questi giorni è delle peggiori: un Premier debolissimo, accerchiato dai suoi stessi compagni, che si crede onnipotente e al di sopra delle regole, che fa spallucce a qualsiasi richiesta di commilitoni e avversari, che stringe la mano a criminali assassini e consiglia al Papa di farsi difendere delle guardie svizzere perché non è certo un suo problema. Ben peggio dell’immagine di Silvio Berlusconi, come ironizza sulla Stampa Gramellini.

Quattro dietrofront in dieci giorni è francamente troppo, per uno che se la tira da grande statista e ha in mano il destino di un Paese, purtroppo il nostro, che attraversa una fase delicata e ha bisogno dell’investitore straniero, oggi più che mai titubante, come ha scritto, tra gli altri, il Wall Street Journal, visto l’atteggiamento «dirigista» del Governo in carica. La vicenda Telecom, che altri chiamano «Telecomgate», è un  autogoal clamoroso, che nemmeno Materazzi.

 

Parallelamente alla magagna in cui Prodi, via Rovati, si è cacciato, l’affaire Telecom sta prendendo una piega che ci pare terrificante. In realtà è anni che la gestione di Telecom odora di bruciato, però Tronchetti Provera è stato abile a gestirla tramite i “propri” giornali (e parliamo di Corriere e Sole24ore, non della Provincia), la “propria” televisione (La7) e il “ricatto” della pubblicità (io ti do miliardi di pubblicità, tu ti dimentichi i miei scheletri nell’armadio: lo fanno tutte le grandi aziende).

Ma questa volta è emerso un giro di intercettazioni illegali degne dello spionaggio più agguerrito. Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza in Telecom, ha usato i potenti sistemi informatici di cui l’azienda dispone per spiare politici, imprenditori, banchieri, costruttori, persino giornalisti e anche Antonio D’Amato, allora numero uno di Confindustria. Ci permettiamo di ricordare un’inchiesta presto dimenticata di Giuseppe D’Avanzo, su Repubblica, in cui si parlava di centomila files di intercettazioni illegali ordinate da Tronchetti Provera e dai vertici di Telecom, non solo a danno del mondo della politica e della finanza, ma anche di quello del Calcio. D’Avanzo scriveva che «il pasticcio spionistico incrocia anche lo scandalo del calcio. Per quanto racconta Emanuele Cipriani ai magistrati, nei file illegali della Polis d'Istinto ci sono alcuni dossier raccolti, su input dell'Inter di Massimo Moratti e ordine di Marco Tronchetti Provera, contro l'arbitro Massimo De Santis, il direttore sportivo di Messina e Genoa Mariano Fabiani, il direttore sportivo del Catanzaro Luigi Pavarese. La scoperta ha amareggiato (e irritato) molto la Procura di Milano».

Questo significa che chiunque entrasse in rotta con gli affari di Telecom – ed è bene ricordare che Pirelli (Tronchetti) è sponsor dell’Inter e che il vicepresidente della squadra milanese, Carlo Buora, è anche Ad di Telecom – veniva spiato, tracciato e archiviato. Questi signori, per dirla con Fassino, volevano ricattare il Paese a ogni livello di potere. In una Nazione civile, si pensi all’Inghilterra e agli Stati Uniti, ma non solo, la longa manus di Telecom verrebbe considerata un attacco frontale alla democrazia. Ed è un attacco alla democrazia, che va da Benetton all’arbitro De Santis. Nulla sfuggiva alle orecchie degli uomini di Tronchetti e Buora.

E l’uomo di fiducia Guido Rossi, dopo la tragicomica parentesi alla Federcalcio, prosegue il suo lavoro di rinnovatore etico ed economico del Paese in Telecom, dove si suppone stia molto bene, essendo anch’egli stato membro per anni della grande famiglia Inter. A questo punto viene da pensare che Tronchetti Provera vincerà le prossime elezioni a tavolino, per conclamata onestà.



Barzelletta del giorno (grazie Dma).
Sai che differenza c'è tra Tronchetti Provera e Ricucci?
Nessuna, hanno tutti e due una moglie bellissima
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permalink | inviato da il 22/9/2006 alle 12:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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