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Diario


27 ottobre 2006

Smetteranno mai? Sul velo islamico.

Erica Jong, la scrittrice femminista americana, che non farebbe mai sesso con George W. Bush perché «riesco a immaginarlo solo con persone intelligenti, e lui è un tale idiota», interviene, attraverso un’intervista al Corriere della Sera, sulla questione del velo islamico, che Tony Blair prima e Romano Prodi dopo hanno definito un ostacolo all’emancipazione delle donne islamiche. La Jong è molto stupita per questo atteggiamento di chiusura della sinistra europea verso il velo, che le ricorda la «ribellione adolescenziale che spinse la mia generazione a farsi crescere i capelli e indossare la chincaglieria indiana». Non sappiamo che idea abbia la Jong della beat generation, ma non ci risulta che qualche profeta dei «figli dei fiori» abbia mai prescritto i capelli lunghi come precetto di una religione laica, minacciando sanzioni per chi li rifiutava. Ma tant’è. La Jong è furente nei confronti della Francia, «patria dell’Illuminismo e dei Philosophes», che ha bandito il velo a scuola, insieme ad altri simboli religiosi. Il velo, secondo la scrittrice, è tutt’altro che il simbolo di un’emancipazione mancata, quanto un urlo di libertà e di rifiuto dell’omologazione. È bizzarro come gli hippy non abbiano mai capito che rifiutare la giacca e la cravatta per vestirsi tutti in jeans e magliette floreali significa semplicemente omologarsi in altro modo. Un po’ come quei no-global che vanno in giro con la maglietta sponsorizzata «no logo», senza rendersi conto che marchiarsi con la scritta «no logo» è esattamente darsi un logo. Un logo che nega i loghi, infatti, è pur sempre un logo.

Siamo molto perplessi verso una ribellione che passa attraverso l’imposizione, spesso violenta, di un simbolo religioso, quale è il velo, che tende a ghettizzare chi lo indossa. Sono più frequenti i casi di giovani ragazze che non possono vivere all’occidentale di quello che non lo vogliono. Ben inteso: non possiamo certo escludere che il velo possa svolgere la funzione di schermo per giovani ragazze di una cultura così lontana da quella europea – soprattutto per quanto concerne i diritti delle donne – e catapultate in una società fatta (anche) di minigonne, scollature e calendari. Niente di male, ovviamente, ma non è detto che debba piacere – almeno da subito – a tutti. Però nemmeno tale funzione difensiva ci sembra così progressista come la dipinge la Jong.

Un recente acuto commento, su Avvenire, di Souad Sbai chiarisce alcuni aspetti controversi del velo, con estrema ragionevolezza e con tono finalmente pacato, dopo le tensioni che hanno fatto seguito all’assalto dell’imam di Segrate a Daniela Santanché, la quale sulla questione del velo ci è parsa molto poco documentata, ma gode anche lei della libertà d’espressione che le giovani musulmane, almeno quelle che conosce la Jong, richiedono per sé quando indossano il velo.

La Sbai smonta quattro «luoghi comuni dell’islamically correct»:

1)      non è vero che l’hijab è parte integrante della religione islamica, infatti nessun testo sacro lo prescrive; è piuttosto l’espressione di una società patriarcale che relega all’ultimo gradino della scala gerarchica le donne, tant’è vero che nei Paesi islamici più progressisti, come la Giordania e la Tunisia, viene fortemente messo in discussione;

2)      non è vero che il velo esprime il pudore delle donne musulmane, spesso bigottamente opposto alla frivolezza e all’esibizionismo delle donne occidentali, perché rappresenta il possesso della donna da parte dell’uomo: la donna con il velo può essere lapidata per un adulterio, può essere picchiata se mette il rossetto;

3)      non è vero, se non in casi rari, che il velo rappresenti una libera scelta priva di condizionamenti esterni. Generalmente le donne musulmane arrivano in Europa senza il velo, ma sono costrette a indossarlo quando la famiglia entra in contatto con una società esageratamente (a detta loro) libertina come la nostra;

4)      proibire il velo non aumenta lo scontro di civiltà, fornendo argomenti validi ai fondamentalisti, ma tende la mano all’ala più progressista dell’Islam europeo, tant’è vero che i sondaggi svolti in Francia testimoniano, dopo le iniziali tensioni, una piena adesione delle allieve musulmane al divieto imposto nelle scuole.

 

Quello che Erica Jong, e con lei molti altri, sembra non capire è che il velo è sempre un’imposizione che limita l’emancipazione delle donne, perché è un simbolo di sottomissione e di esclusione. Chi sceglie liberamente il velo, ed è la minoranza delle donne islamiche, lo fa perché teme di integrarsi, poiché una donna musulmana integrata nella società occidentale rischia di essere ripudiata dalla famiglia e dalle amiche. A questa tesi giunge il severo pamphlet di Chahdortt Djavan Giù i veli!, pubblicato da Lindau nel 2004. L’autrice, scrittrice e antropologa iraniana, che il velo l’ha dovuto portare per anni, costretta («o il velo o la morte»), descrive con durezza ma con grande attenzione una società, quella islamica, in cui i rapporti tra uomini e donne sono come quelli tra padrone e schiavo, in cui il velo gioca un importante ruolo sociale: sul corpo femminile si inscrive l’onore musulmano: padri, fratelli e mariti devono avere la garanzia dell’onore della propria donna, che velano per sottrarre a qualsiasi tentazione e per ribadirne il possesso. Così, con parole che meriterebbero di essere insegnate a scuola, si esprime la Djavann: «Ma che cos’è portare il velo, abitare un corpo velato? Cosa significa venire condannata a essere chiusa in un corpo velato perché femminile? Chi ha il diritto di parlarne? [...] Certi intellettuali parlano volentieri al posto degli altri. E oggi ecco che parlano al posto di quelle che non hanno voce – quel posto che, per decenza, nessuno al di fuori di esse dovrebbe cercare di occupare. Perché, questi intellettuali, insistono, firmano, presentano petizioni. Parlano della scuola, dove non hanno più messo piede da lungo tempo, delle periferie dove non hanno mai messo piede, parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto. Decidono strategie e tattiche, dimenticando che quelle di cui parlano esistono [...] e non sono un soggetto su cui dissertare, un prodotto di sintesi per esercitazioni scolastiche. Smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l’inferno degli altri?». Già, smetteranno mai?




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