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Prendono piacere i porci più del fango che dell'acqua limpida (Eraclito, fr. 13 DK)


Diario


3 febbraio 2007

Basta ultras, basta violenza!

Il poliziotto Filippo Raciti, morto ieri a Catania, è solo l’ultima vittima del calcio, che ne miete regolarmente, da trent’anni a questa parte. Tifosi, passanti, dirigenti, poliziotti e carabinieri: nessuno sfugge alla regola degli stadi: la violenza. E ogni volta, dovunque succeda la tragedia, si ripete la stessa identica storiella retorica: è una vergogna, non si può morire per il pallone, la violenza è la negazione dello sport e tante belle, inutili parole. Solo parole. Questo è ciò che differenzia questo nostro assurdo Paese dall’Inghilterra, dove il calcio – che è anche lì una religione, come in Italia – è tornato a essere un gioco, non un’occasione di morte. Qui parliamo, troppo e a sproposito, lì hanno messo in atto. Ricordate gli hooligans? Che fine hanno fatto? Ormai non vanno più allo stadio, sono cimeli di un passato che gli inglesi hanno saputo lasciarsi alle spalle. Oggi, negli stadi inglesi, non ci sono più le barricate che dividono i tifosi tra loro e questi dai giocatori. Non c’è un muro tra il campo e gli spalti, non c’è un muro tra tifosi di una squadra e quelli di un’altra. Va da sé che, come gli zombie, anche gli hooligans ogni tanto ritornano: in Inghilterra, in Olanda, in Scozia. Però ormai sono un fenomeno marginale, limitato a bande di tifosi ubriachi, isolate e senza alcun rapporto con le società di calcio. Diverso è il destino degli italici ultras, che già negli anni Sessanta si organizzarono in strutture associative legate – più o meno pubblicamente, più o meno lecitamente – alle società sportive. Noi abbiamo, caso forse unico in Europa, il tifoso di professione. Un individuo generalmente poco scolarizzato che, pur non avendo un reddito proprio, passa la vita al seguito della squadra del cuore: in casa, in trasferta, in Italia, in Europa, nel mondo. Ovunque vada la sua squadra, lui c’è. Vi siete mai chiesti chi lo mantenga? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, va cercata nei libri paga delle società. È così da trent’anni circa. La Fossa dei Leoni si formò nel 1968, gli Ultras del Torino l’anno successivo, e via dicendo. I modelli dei gruppi ultras erano principalmente due: gli hooligans anglosassoni e i gruppi politici paramilitari. Quando si parla di commistione tra politica e tifo calcistico si ignora che è un fenomeno presente già all’origine. Alcune tifoserie, poi, sono dichiaramene faziose: i tifosi del Livorno sono apertamente comunisti, laddove quelli laziali sono fascisti. Dunque, quando le squadre si incontrano, gli ultras hanno già un motivo valido per darsele, indipendentemente dall’esito della partita.

Naturalmente la politica è solo uno dei pretesti scelti dagli ultras per innescare la violenza. Il campanilismo è un altro: nessuna partita è più «a rischio» dei derby: Brescia-Atalanta è notoriamente un evento di guerra, lo stesso per Roma-Lazio, Palermo-Catania, Milan-Inter e alcune partite provinciali tra squadre di cui si ignora l’esistenza. Ma pur sempre di pretesti si tratta. È come per i teppisti della politica: se non è il G8, allora è la globalizzazione, se no la guerra, altrimenti i CPT, o le basi NATO. Ogni scusa è buona e ci sarà sempre una scusa.

 

La colpa della diffusione a macchia d’olio del fenomeno ultras non è solo della politica, ma principalmente delle società di calcio, che hanno permesso a questi gruppi di facinorosi di diventare i padroni della curva, di cui gestiscono spesso la vendita dei biglietti e tutto quello che vi è connesso. Avete notato che ormai i gruppi ultras hanno siti Internet, sedi ufficiali, promuovono iniziative cui partecipano giocatori e dirigenti, divulgano comunicati stampa e hanno dato vita a un florido business legato ai gadget?

Tutto è in accordo con le società, anche se si tratta di accordi taciti, negati pubblicamente e dai confini non chiari. Presso i campi di allenamento (Milanello, Pinetina, Vinovo etc.) non c’è niente di più facile che vedere all’esterno, controllati dalla sicurezza, molti tifosi per bene, gente comune con figli al seguito, che fanno ore di coda per aspettare un autografo e, all’interno, piccoli gruppi di ultras che parlano con i giocatori, lo staff, i dirigenti.

Finché le società, dalla più piccola e periferica alla più blasonata, non decideranno che il fenomeno ultras deve cessare, per tornare a un calcio davvero divertente, che rappresenti un evento felice per le famiglie, i ragazzini, e tutti coloro che non hanno voglia di respirare l’odore acre del lacrimogeno, il problema permarrà. Ci sono due sole vie per risolverlo: o lasciare che le società affrontino sua sponte il problema, oppure imporre loro di affrontarlo. È ormai improcrastinabile la resa dei conti: la politica non può continuare ad attendere, sperando che le cose cambino da sole, per miracolo, perché non cambieranno.

Non dobbiamo dimenticare che gli hooligans non si sono mai costituiti in gruppi organizzati, ma hanno sempre fatto dell’incontro spontaneo e casuale la loro peculiarità. Generalmente ogni crew ha un leader e non altro, mentre, come si è detto, le curve hanno una vera e propria organizzazione gerarchica.

 

Sperare che le tifoserie organizzate si autoregolamentino, poi, è come illudersi che gli stilisti davvero risolveranno il problema dell’anoressia tra le modelle! Già nel 1995, dopo la barbara uccisione di un tifoso del Genoa, le tifoserie si radunarono e redassero un documento conclusivo, Basta lame, basta infami, che non ha avuto seguito, se non la giornata successiva. È tutto inutile, perché gli ultras continueranno a ripetere che chi compie atti illegali e violenti non è un vero ultras ma un facinoroso che vuole solo gettare fango sul tifo organizzato e bla bla bla. Quante volte l’abbiamo sentita?

E davvero pensiamo che gruppi che hanno l’odio come collante possano fermarsi a riflettere per la sospensione di un turno del campionato di calcio? Davvero siamo così illusi da pensare che la paura del blocco del campionato possa tenere a freno gruppi che allo stadio ci vanno solo per fare violenza? Dai, è ridicolo! Fermare il campionato di un turno è un segnale di resa: lo Stato non può nulla per arginare la violenza negli stadi, dunque preferisce chiudere gli stadi. Così l’opinione pubblica dice, per l’ennesima volta, «finalmente! era ora!» e plaude alla «scelta coraggiosa». Almeno fino al prossimo cadavere. E questa volta sono due in una settimana: prima il dirigente della squadra dilettantistica vicino Cosenza, ora il poliziotto di Catania. Oggi, a Livorno, alcuni muri sono stati ricoperti con scritte contro il poliziotto morto. La sua colpa? Essere un uomo dello Stato, dunque un bersaglio. Chi scrive è stato allo stadio a vedere partite della Juve, del Milan, dell’Inter e della Roma, perché gli piace il calcio e lo diverte, se ne ha modo, anche vedere partite di altre squadre. Non c’è volta in cui non abbia sentito un coro contro polizia e carabinieri. L’anno scorso, finale di Coppa Italia, Inter-Roma, sia nel primo che nel secondo tempo i tifosi interisti prima, quelli romanisti poi, hanno cantato cori contro le forze dell’ordine. Ecco cosa unisce le tifoserie: l’odio. Se non è la polizia, sono i carabinieri, se non sono i carabinieri, è Moggi, se non è Moggi, è Sky (ricordate lo slogan «questo calcio fa SKYfo?»), se non è Sky è il D.A.SPO (la «diffida»), e se non è niente di tutto ciò… è il «calcio moderno»! «No al calcio moderno» è uno slogan che ci perseguita da anni.

 

Alcuni lamentano il fatto che, con l’eventuale fine del tifo organizzato, verrebbero meno anche le coreografie degli stadi italiani, davvero uniche in Europa. Gli hooligans, infatti, non realizzano coreografie: è una prerogativa degli ultras e di quelli italiani in particolare. Questo è vero: solo un tifo organizzato può allestire una coreografia imponente, perché c’è bisogno di una divisione dei compiti perché il lavoro venga portato a termine. Il calcio senza coreografie perderebbe interesse? Probabilmente no, perché è il campo l’attrattiva, non gli spalti. Inoltre non è affatto vero che un pubblico non organizzato in tifoseria non possa supportare la propria squadra in modo adeguato. Si pensi alla finale di Champions League Liverpool-Milan. Alla fine del primo tempo, con il Milan in vantaggio per 3-0, i tifosi inglesi hanno cantato, con le sciarpe tese e senza un fischio, You’ll never walk alone, l’inno della squadra. È stata una delle immagini più emozionanti viste in uno stadio negli ultimi anni. Inoltre, sappiamo tutti come è finita la partita!

Se si considera che, accanto a coreografie molto belle, gli ultras organizzano anche cori infamanti, spesso razzisti (Zoro è fischiato dalla curva dell’Inter, non dagli altri tifosi), lancio di petardi, bombe carta, bottigliette e monetine, forse potremmo davvero pensare che stati meno coreografici ma più sicuri e divertenti siano davvero la cosa migliore.

 




permalink | inviato da il 3/2/2007 alle 14:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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