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Diario


22 aprile 2005

Joseph Ratzinger, ovvero Benedetto XVI

Continuità dottrinale (e mediatica?) con Giovanni Paolo II, Verità, ortodossia.

Con questo slogan è possibile riassumere la politica che Joseph Ratzinger (già Benedetto XVI) attuerà durante il proprio pontificato, mettendo in pratica quel che professa da decenni nei suoi studi e nei suoi scritti ufficiali, non ultimo la famigerata Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali del 1986, in cui l’allora cardinale affrontava il «problema dell’omosessualità» con grande severità, causando non pochi traumi agli omosessuali cattolici.

Le speranze di chi si augurava da tempo una svolta in senso «moderno» da parte della Chiesa di Roma sono state, ancora una volta, frustrate. Coloro che confidavano in un cardinale del Sud del mondo o in uno più fedele alla collegialità episcopale (come Carlo Maria Martini) non hanno oggi motivo di gioire: Joseph Ratzinger, un tempo giovane amico di Hans Küng e ribelle studioso di Tübingen (città simbolo del protestantesimo), è da qualche decennio uno dei più conservatori e intransigenti tra i pensatori cattolici che militano nelle alte gerarchie vaticane.

La folla che lo ha acclamato con il tifo da stadio cui avevano abituato Giovanni Paolo II, i papaboys entusiasti per la nomina, i giubilanti giovani reduci di Tor Vergata che hanno intonato il suo nome in San Pietro, come da copione, non sanno nulla del pensiero di Joseph Ratzinger. Non sanno, ad esempio, che in un suo testo del 2001 (Introduzione allo spirito della liturgia) il neo Papa scriveva: «Là dove irrompe l’applauso si è di fronte al segno sicuro che si è del tutto perduta la liturgia, sostituita da una sorta di intrattenimento a sfondo religioso». O ancora: «Persino in chiesa si suona musica rock e pop: espressione di passioni elementari, che nei grandi raduni hanno assunto caratteri di controculto, opposto al culto cristiano».

 

La collegialità espressa dal Concilio Vaticano II è stata attaccata da Ratzinger ancora più duramente della musica pop in chiesa: «La Chiesa non nasce con il Concilio Vaticano II», ha sancito lapidario. E quando Carlo Maria Martini propose un Concilio Vaticano III, il giudizio del cardinale tedesco fu severissimo: «Non è il momento. – scrisse – Quando San Basilio fu invitato a un nuovo Concilio a Costantinopoli rispose: “Non ci vado più. Questi Concili creano solo confusione”». Molti si sono stupiti che proprio lui, uomo di punta della teologia critica e sodale di Karl Rahner, soprattutto dopo aver visto l’estremismo degli studenti cattolici sessantottini (pare che rimase sconvolto alla vista di un volantino su cui si leggeva «Maledetto Cristo!»), imprimesse alla propria dottrina una svolta tanto dura da conquistarsi il titolo di Panzerkardinal. Così il brillante studioso, che a trent’anni già esercitava la libera docenza, arrivò persino a contestare la scelta conciliare di spostare l’altare al centro dell’assemblea, in modo che il sacerdote fosse rivolto ai fedeli – e non più, come nel modello antico, verso Cristo. L’attacco decisivo al Concilio fu la fondazione, insieme ai due grandi teologi Henri de Lubac e Hans von Balthasar, della rivista Communio, dichiaratamente avversa a Concilium, fucina intellettuale della corrente riformatrice.

 

Nel 1977, Paolo VI nominò Joseph Ratzinger cardinale, apprezzandone proprio le critiche alle svolte moderniste della Chiesa. Iniziò allora la scalata alla nomenklatura ecclesiastica, che lo ha portato a essere, su indicazione di Giovanni Paolo II, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio, ovverto il «numero due» della Chiesa. Wojtyla ha sempre avuto immensa stima per Joseph Ratzinger: coltissimo e determinato, il tedesco è stato l’uomo giusto per stroncare lo spirito critico di alcuni teologi «pericolosi». Senza alcuna pietas, anzi con somma durezza, il Prefetto Ratzinger ha negli anni fatto fuori (o privandoli della cattedra o vietando loro la pubblicazione di libri) alcuni nemici dichiarati di Giovanni Paolo II: Boff, Curran, Küng e altri sono caduti sotto la sua mannaia.

 

Mentre Karol Wojtyla viaggiava in giro per il mondo, rammaricandosi di non riuscire a far breccia nel cuore dei «fratelli ortodossi», Joseph Ratzinger scriveva un documento inequivocabile, la Dominus Iesus, in cui viene detto apertis verbis che la funzione salvifica di Cristo è superiore a quella di qualsiasi altra religione. Insomma, ognuno è libero di credere in quel che vuole, ma se desidera il Paradiso l’unica via che può percorrere è quella di Cristo. La grande folla, ubriaca della propaganda mediatica del Vaticano, non solo non lesse il documento, ma ignorò le polemiche che piombarono addosso a esso da più parti. Chi già invoca il «dialogo interreligioso» come cardine del suo pontificato probabilmente non sa che nel testo scritto a quattro mani con Vittorio Messori, Rapporto sulla Fede, Ratzinger condannava in modo durissimo la teologia della liberazione, arrivando a costringere l’episcopato peruviano a riscrivere un documento di condanna da lui giudicato troppo morbido.

 

Ha scritto Ratzinger (La verità cattolica, «Micromega», 2/2000): «Al termine del secondo millennio, il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, in una crisi profonda, basata sulla crisi della sua pretesa di verità». Ed ecco che veniamo al punto decisivo: quello della Verità del cattolicesimo. «Dire “abbiamo la verità” appare all’uomo moderno come qualcosa di antidemocratico e intollerante». Questa è la risposta di Joseph Ratzinger a quella che ha recentemente chiamato la «dittatura del relativismo», dove per «relativismo» egli intende un pensiero schiavo delle «mode», incostante e privo di riferimenti forti. Quali mode? Quali ideologie del male? Questo è l’aspetto più problematico della sua battaglia, poiché è sua convinzione che siano mode maligne «marxismo, liberalismo, libertinismo, collettivismo, individualismo radicale, ateismo, vago misticismo religioso, agnosticismo, sincretismo e così via». Ovvero quei sistemi di pensiero che non pongono Cristo come «misura» della Verità. Con queste parole, in un sol boccone, nella sua Pro eligendo Romano Pontefice, Ratzinger si è sbarazzato dei nemici tradizionali del cattolicesimo (marxismo, ateismo, libertinismo, agnosticismo), il che non scandalizza, ma anche di nemici più inaspettati: la tradizione liberale tout court, compreso il grande «liberalismo cattolico», e il sincretismo, senza il quale il cristianesimo non si sarebbe mai configurato com’è adesso.

 

La «dittatura del relativismo» è per Ratzinger la cifra della modernità, che pone «il proprio io e le sue voglie» come misura ultima dell’esistenza umana. Quel «relativismo» che considera «una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa» alla stregua del «fondamentalismo». Quel relativismo che considera rispettabile solo quel pensiero che afferma che nulla è vero, ma tutto relativo.

Ratzinger ha spiegato la modernità relativista con la parabola buddhista dell’elefante e dei ciechi. Si narra infatti che un antico re dell’India del Nord, in un antico tempo, riunì diversi ciechi al cospetto di un elefante, e fece toccare a ognuno degli astanti una parte di esso: chi la proboscide, chi la zanna, chi le zampe, chi il dorso... Dopo che tutti i ciechi ebbero toccato l’elefante, il re chiese: «Com’è fatto un elefante?». Ovviamente i ciechi risposero secondo la parte che avevano toccato: «è come un cesto intrecciato», «è come l’asta di un aratro», «è come un magazzino», «è come un pilastro». Ognuno diceva la sua. Prima pacatamente, poi tutti si adirarono gli uni con gli altri e si presero a pugni davanti al re, che rideva divertito.

Così è la modernità secondo Ratzinger: una zuffa continua tra persone che non “hanno la Verità” ma si accontentano dell’opinione più di moda. Con una differenza rispetto all’aneddoto, però: lì il vecchio re dell’India del Nord ride come un pazzo a vedere la zuffa, mentre Joseph Ratzinger non trova proprio nulla da ridere. Anzi: ritiene necessario interrompere la zuffa e insegnare ai litiganti che c’è una Verità, una misura del «vero umanesimo»: Cristo, in cui coincidono verità e carità. Il «buon cristiano», quindi, secondo il monito di San Paolo, deve «fare la verità nella carità», che è la «formula fondamentale dell’esistenza cristiana».

 

Il Novecento, come ben sa Ratzinger, si è aperto con le terribili parole di Friedrich Nietzsche: «Dio è morto», attacco frontale alla grande tradizione metafisica occidentale. Dopo Nietzsche, tutti gli altri: Heidegger, l’ermeneutica di Gadamer, il decostruzionismo di Derrida, l’epistemologia di Popper, la teologia della liberazione di Betto e Boff, la teologia morale di Curran (secondo il quale è lecito dissentire dall’autorità per quanto concerne l’omosessualità, la contraccezione, il divorzio). Una serie drammatica di attacchi frontali alla tradizione metafisica e al dogma cattolico, come se l’Occidente tutto si fosse schierato contro la Chiesa. Non è un’esagerazione: sono parole di Ratzinger, che in un’intervista concessa ad Antonio Socci per Il Giornale, così si espresse: «Mi sembra molto significativo che al momento l’Occidente europeo sia la parte del mondo più opposta al cristianesimo, proprio perché lo spirito europeo si è autonomizzato e non vuole accettare che ci sia una parola divina che gli mostra una strada che non è sempre comoda».

 

Ecco perché Benedetto XVI. Non solo per il richiamo a Bendetto XV, il Papa che definì «inutile strage» la Prima Guerra Mondiale, ma soprattutto Benedetto da Norcia, padre del monachesimo, il cui Ordine (fondato sulla celeberrima Regula, «ora et labora», cui si è richiamato l’«umile lavoratore» Ratzinger) si diffuse in tutta Europa, grazie a monaci canonizzati e alla tutela di Gregorio I Magno, papa e benedettino. Carlo Magno potè costruire l’unità politica del Sacro Romano Impero proprio grazie all’unità religiosa che i monasteri benedettini avevano assicurato all’Europa. Già, proprio quell’Europa oggi relativista che Joseph Ratzinger, novello Benedetto, vuole riconquistare. Non ce la farà, come non ce l’ha fatta Wojtyla, ma sarà pronto a combattere fino all’ultimo. Se questo sia un bene o un male, però, lo diremo poi.

 




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